Svegli

I Domenica di Avvento – Anno B

Is 63,16-17.19; 64,2-7 / Sal 79 / 1Cor 1,3-9 / Mc 13,33-37

2011Avv1DoBRieccoci in Avvento. Il calendario liturgico ci offre una manciata di settimane da vivere con speciale intensità, un’occasione per volgere il nostro sguardo al mistero del Natale di Cristo. L’Avvento è un tempo che ci insegna ad aspettare quel Signore che è già venuto, ma che ancora verrà, alla fine dei tempi, per consegnare il regno di Dio nelle mani del Padre. È un tempo breve e bello, indispensabile per ricordarci che non siamo criceti affannati, in corsa su una ruota che non conduce in nessun luogo. Siamo viandanti in cammino verso un meraviglioso orizzonte. Verso un volto che ci ama e ci chiama. 

Il cuore duro

Il tempo che ci prepara a celebrare la tenerezza di un Dio che ha voluto incarnarsi «nell’umiltà della nostra natura umana» (prefazio di Avvento) inizia con una nota stonata: «Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema?» (Is 63,17). L’angoscioso interrogativo degli esuli, smarriti e confusi dopo la deportazione in Babilonia, ha la pretesa di essere il piede giusto con cui iniziare il cammino di Avvento. La prima cosa che ha infatti bisogno di essere destata in noi non è la forza di volontà, ma la coscienza dell’esilio che stiamo patendo. Niente nella vita può cambiare se non a partire dal desiderio e dalla speranza che le cose debbano cambiare. Per quanto Dio sembri molto spesso assente o latitante di fronte agli sterili giri a vuoto del nostro vagare, vale la pena ammettere che anche il contrario ha buone probabilità di essere una giusta interpretazione della realtà. A nome di tutti, il profeta Isaia, fa un ammissione di colpa: «Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te» (64,6). Il tempo di Avvento si avvia con la pretesa di farci aprire gli occhi anzitutto sulle nostre coordinate geografiche, per farci misurare quanta distanza ci separi da una vita all’altezza della nostra umanità e della nostra fede. Proprio una cattiva messa a fuoco di noi stessi spiega l’esistenza — e pure l’insistenza — di molti nostri vizi, la causa profonda di tante liturgie quotidiane che ci appagano solo per qualche istante ma poi lasciano amari vuoti in fondo all’anima. Questo è il primo regalo dell’Avvento, l’invito a emettere un grido che esprima il nostro bisogno di salvezza. Quel grido che Isaia raccoglie e offre al cielo, a nome di un popolo esausto e triste che, forse come noi, non sembra nemmeno più capace di sperare: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (63,19).   

Gli occhi aperti

La prima conseguenza di un simile grido potrebbe essere l’apertura degli occhi. Non quelli di Dio, abituati da sempre a vegliare su di noi, ma i nostri, non di rado a mezz’asta. La parabola evangelica fa comprendere esattamente in quale situazione ci troviamo: «È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare» (Mc 13,34). E poi rivolge un imperativo: «Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, nn vi trovi addormentati» (13,35-36). Il tono delle parole sembra minaccioso, faticoso, esigente. Potrebbe persino indurci a pensare che per celebrare il Natale bisogna aggiungere il nome di Dio al già folto elenco di persone che, ogni giorno, si aspettano qualcosa da noi. Niente affatto! Il vangelo annuncia che il Signore non ci ha consegnato una libertà minacciata di pretese, ma ricca di doni e di compiti affidati. È molto bello e stimolante pensare che il cielo abbia una tale e tanta fiducia in noi da volerci affidare la responsabilità di custodire il dono e il mistero della realtà. Nessuno escluso, ciascuno con il suo proprio compito. È molto liberante sapere di avere un solo padrone a cui dover rendere conto. Vegliare non significa vivere agitati e ansiosi, preoccupati che il futuro possa essere peggio del presente, ma riconoscere di avere un ‘potere’ affidato e imparare a esercitarlo con responsabilità. Così come fa il portiere: facendo attenzione a cosa entra e a cosa esce, per saper decidere ciò che fa vivere e ciò che fa morire. L’alternativa è il sonno, l’oblio della coscienza e lo stordimento dei sensi, che ci regala la triste sensazione di essere sempre spenti, di non fare mai niente di importante. Di vivere un po’ a casaccio, affastellando giornate, senza saper dare rilievo alle cose che facciamo.

Piedi che camminano

Se questa domenica la Parola riesce a farci aprire gli occhi e a donarci la libertà di riconoscere e gridare lo stato della nostra vita, per noi comincia l’Avvento. Se accettiamo l’invito a risvegliare i sensi e a resistere all’ottundimento della coscienza, allora i nostri piedi ricominciano a camminare verso il Signore che viene. Da parte nostra non è poco il diritto filiale che siamo autorizzati a esercitare davanti a un Dio che ha scelto di donarci suo Figlio, facendolo dimorare nel tempio della nostra umanità. Un padre infatti non può restare insensibile di fronte al grido dei suoi figli, non appartiene ai suoi diritti. Appartiene invece ai suoi doveri ascoltare questo grido «continuamente» (1Cor 1,4) e «sino alla fine» (1,8). Il tempo di Avvento ci rimette in piedi e in stato di veglia davanti a un Dio che è «nostro padre, da sempre», che non si stanca mai di essere il «nostro redentore» (Is 63,16). Così riparte un nuovo anno liturgico. Con un grido che si leva, occhi che si aprono, cuori che si scaldano, piedi che si incamminano mossi dalla speranza, al pensiero che «non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo» (1Cor 1,7). Chi accetta di assumere il compito di vegliare nella notte del mondo riceve occhi grandi e cuore leggero. Impara a coinvolgersi senza dissolversi, a sognare senza illudersi, a riconoscere in ogni momento un compito da svolgere. Con silenziosa, invincibile speranza.

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