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Bolle di sapone

Pensare la fede: la preghiera

Spotorno, Liguria. Giugno 2003. Terrazzo grande di appartamento in affitto. Sto guardando l’inizio di un afoso tramonto su un brutto parcheggio privato, dopo la spiaggia: vista imbronciata e sgradita dopo giornata piacevole e serena – con duplice bagno al suo attivo – in compagnia di amici e delle loro bambine. Dalla parte sinistra del condominio, rispetto a me, qualcuno sta giocando: bolle di sapone salgono leggere, ondeggiando indecise; accarezzate dal sole si tingono di azzurro, di giallo, di arancione. I diversi colori mi stupiscono, poi mi ricordano la mia ignoranza verso le leggi della fisica: i prismi, la luce, e tutto il resto.

Non ho ancora recitato i vespri e finirò per non dirli: cena, saluti e poi il viaggio di rientro si frappongono tra me e il breviario. “Non fate come gli ipocriti che credono di essere ascoltati a forza di parole…”.  No, accantono la solita scusa e inizio mentalmente i pochi salmi che so a memoria: “Il Signore è il mio pastore… Signore, non si inorgoglisce il mio cuore… L’anima mia magnifica il Signore…”.

Le bolle intanto si divertono: incuranti del meschino ambiente circostante, salgono scendono scoppiano o si perdono in giro, facilmente rapite da un filo d’aria che le spinge chissà dove. Riesco a finire il mio Magnificat, rapito più volte dalle mie labbra, dai miei pensieri: opera della distrazione, più che dello Spirito. Sono un po’ come le bolle le mie preghiere: svolazzano e si disperdono al vento. Ora il Padre nostro. “Il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno, prima ancora che glielo chiediate”

Mi si chiama a cena sul “… sia santificato il tuo nome…”: va bene, vespri finiti, un po’ scoppiati: come le bolle.

La cena è semplice e buona: pesto ligure, prosciutto e formaggio, pomodori. Mentre mangio, assisto a un’altra preghiera, una sorta di rito che accompagna il nostro stare insieme: una litania di “Dai, mangia. Da sola, eh?! Da brava, che sei capace. Da sola, come oggi a pranzo”. Preghiera lieve e delicata, insistente e premurosa, quotidiana eppure originale, ogni volta nuova. Come le bolle si tinge di varie sfumature: è l’invito più immediato e normale, la blandizia più untuosa, il dolce rimprovero, la sollecitazione… E’ la storia inventata – “Ti ricordi oggi sulla spiaggia…” – che distrae e induce ad aprire la bocca. E’ il raccogliere la forchetta già lasciata e di nuovo, dolcemente offerta: “Dai, uno con il papà e tre da sola”! Può anche diventare sgridata, come bolla che scoppia; ma poi si riprende con le buone: “Dai, da brava: questo per la nonna Antonietta… E questo per chi”? Come le bolle che riprendono a volare leggere. “Se voi che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il vostro Padre del cielo…”.

La preghiera si è conclusa, davvero significativa; efficace soprattutto: alla fine il piatto di pappa è pulito, il prosciutto mangiato: anche per oggi i due angioletti sono stati nutriti. Cresceranno anche stasera, inconsapevolmente accarezzati da tante emozioni positive. “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”.

Mi accorgo di aver cenato in rispettoso silenzio, com’è giusto di fronte al divino.

Impressiona una preghiera come questa, mi incanta: è la preghiera che danza con la vita, piccola o immensa, con le sue gioie e le sue speranze, con le sue difficoltà e i suoi drammi. E’ la prece oscura dei momenti di disperazione e il giubilo dell’estasi. L’orazione sublime dell’asceta e il grido, magari travestito da bestemmia, di chi è inferocito. E’ l’angoscia senza fondo di chi è stato abbandonato e la tenera speranza di chi ti confida: “Sto uscendo con una ragazza”! L’apprensione per un figlio diverso e la gioia perché ormai tuo padre è fuori pericolo. E’ il dialogo tra coniugi innamorati e l’affrontare il problema nel profondo tra chi si è separato. L’insegnamento del geometra sul cantiere all’immigrato che non capisce e il ripetere la lezione dello studente di latino. E’ lo schiudersi roseo di un bocciolo di geranio e il triste chiudersi di una tomba, porta lieta per l’altra esistenza.

E’ la preghiera dell’uomo che vive: sola sa offrire gloria a Dio. Una preghiera trafitta dalla vita, resa – da questa –  significativa, multiforme… 

Come le mie bolle di sapone, di tanti colori sebbene attraversate da un unico raggio di sole, fluttuano… felici… 

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