| Speranza oppure ottimismo? |
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| Scritto da Giuseppe Mari, ordinario di Pedagogia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano | |||
Forse la causa è nella intossicazione di ottimismo che abbiamo alle spalle. Negli anni 60-70, infatti, si diffuse la convinzione che si stesse aprendo una stagione di radicale rinnovamento nel segno della liberazione dell’uomo dai vincoli della sua limitata condizione creaturale. Si cominciò a credere che la tecnologia avrebbe finalmente introdotto l’umanità in un’epoca non solo di pieno appagamento nei consumi, ma anche di generale e innalzata qualità della vita. Ci si convinse che l’istruzione avrebbe emancipato in via definitiva le persone, finalmente riconosciute nella loro “maggiore età”. Lo “sviluppo” si impose come la convinzione che ormai non c’erano ostacoli per la piena espressione dell’essere umano. Insomma, abbiamo fatto il pieno di ottimismo, cominciando a guardare dall’alto in basso chi ci aveva preceduto e non aveva potuto esprimere – come eravamo convinti di poter fare noi – il suo protagonismo. Forse la tendenza al pessimismo di oggi non è altro che la conseguenza di quell’eccesso di ottimismo e, come accade al pendolo, facciamo i conti semplicemente con un atteggiamento contrario che subentra al precedente. Ma siamo condannati a questa perenne oscillazione? La disposizione del cristiano verso il futuro non coincide con l’ottimismo, ma con la speranza. La differenza è presto detta. Sia l’ottimismo, sia la speranza si esprimono attraverso un’emissione di credito sul futuro, ma con una differenza fondamentale. Nell’ottimismo il credito lo facciamo “su moneta nostra”, cioè perché siamo convinti di poter affrontare (e vincere) qualunque sfida incontreremo. Con la speranza le cose stanno molto diversamente perché l’emissione di credito la facciamo “su moneta altrui”. Che cosa significa? Colui che coltiva la speranza sull’avvenire non è convinto che, qualunque cosa accadrà, sarà all’altezza di affrontarla, ma che – in qualunque situazione si troverà – non sarà solo perché Dio è accanto a lui. La speranza cristiana non esclude la sconfitta: esclude la solitudine. Per questa ragione, guarda anche alla sconfitta non come all’evento che annienta in via definitiva, ma all’ostacolo che viene comunque superato perché – come recita un testo anonimo che negli ultimi anni ha avuto una certa circolazione – Dio ci prende in braccio. Nelle poche righe che lo compongono si narra di una persona che ha la ventura di poter ripercorrere a ritroso la sua esistenza. Gli viene detto che l’ha percorsa avendo sempre accanto a sé Dio. In effetti, nota che il suo cammino reca per lunghi tratti due serie di impronte, ma – a un certo punto – ne rimane solo una. Alla sua richiesta di spiegazione, gli viene risposto che si tratta delle orme lasciate da Dio che lo ha preso in braccio nei momenti più difficili della sua vita. È questa la condizione in cui si trova chi ha speranza, per questo motivo non cede al pessimismo: può conoscere anche amarezza e dolore, ma non soccombe mai, perché la presenza di Dio accanto a lui gli dà forza e non lo consegna alla rassegnazione. Dall’ottimismo, invece, discende il pessimismo non appena – com’è accaduto negli ultimi decenni – ciò che sembrava alla portata appare perduto. Ne abbiamo molteplici conferme oggi, basta fare i conti con la crisi economica e morale da cui siamo afflitti: che ne è delle (presuntuose) sicurezze di 30-40 anni fa? Il cristianesimo non ha l’esclusiva della speranza. L’antico mito greco di Pandora, quello secondo cui questa donna – togliendo il coperchio che non avrebbe dovuto sollevare – ha fatto uscire tutti i mali che affliggono l’umanità, narra che – sui bordi del vaso – rimase impigliata la speranza. Che cos’era quindi la speranza per i Greci ossia per i pagani? Era la disposizione che permetteva di sopportare la sofferenza. Il suo valore fondamentalmente era negativo: non valeva perché permetteva qualcosa, ma perché impediva il cedimento alla disperazione. La speranza cristiana è molto diversa perché scaturisce dalla fede nella Risurrezione di Cristo. Non opera come un narcotico che non fa percepire la sofferenza, ma come una lente che – ingrandendo ciò che può essere osservato – fa scorgere quello che va al di là della visione comune. Alla sua radice troviamo non un movente negativo di fuga, ma la positiva volontà di non sciogliere il legame con Dio. È il suo amore – vissuto nella relazione personale con Lui – che alimenta la speranza non come un fattore residuale (quello che è rimasto impigliato ai bordi del vaso di Pandora), ma come il nucleo che ci sta a cuore, quello che non vogliamo perdere perché vale di per sé e tale è perché esprime amore. Che anche oggi possiamo continuare a sperare, dipende molto dalla testimonianza di coloro che sperano perché credono e credono perché amano. Non è facile oggi come non era facile ieri, ma è sempre possibile – ieri come oggi – a patto che si sappia non fare affidamento solo su se stessi.
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È evidente che il nostro tempo fatica a praticare la virtù della speranza. Come mai? Bastano i fatti di cui siamo a conoscenza per spiegare questo atteggiamento? È vero che – sui giornali e alla tv – continuiamo a incrociare fatti tragici: guerre e gesti di squilibrati, la crisi economica e il declino demografico, le coppie conflittuali e la delinquenza… ma non c’è solo questo. Veniamo anche a sapere che si fa pace, si raggiungono frontiere impensate – fino a qualche anno fa – nella conoscenza e nell’espansione della tecnica, si abbattono le distanze divulgando modalità comunicative efficacissime (pensiamo solamente a Internet)… il bilancio dovrebbe essere di pareggio, se non positivo: ma le cose non stanno così.
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