Il respiro di Dio Stampa E-mail
Scritto da Valeria e Daniele, 35 e 37 anni   

Perchè complicarsi la vita con un figlio? Ne valeva la pena? Cosa ci mancava? Proprio nulla, però accogliere
il dono di una nuova vita era la strada per vivere la vita fino in fondo, in pienezza.

pag_14_shutterstock_83505511Una volta un missionario mi disse che avrei trovato Dio quando meno me lo sarei aspettato, perchè sarebbe stato lui a venire da me.

Aveva ragione.

Ero nella sala parto di un grande ospedale di Milano, ero stanca, affaticata e dolorante. Era una calda giornata di autunno. Io ero lì ma avrei potuto essere in qualsiasi altro luogo del mondo, fuori avrebbe potuto esserci il sole, la pioggia, la rivoluzione ma a me non importava nient’altro che quel caldo fagotto che avevo fra le braccia. Avevo provato la gioia immensa di sentire la mia bambina uscire dal mio corpo, di udire il suo primo pianto, di averla appoggiata al mio ventre e sentito il suo fragile calore. L’avevo fra le braccia, ancora un po’ bagnata, e la contemplavo. E nel silenzio di quella stanza, sulla mia pelle, ho sentito per la prima volta il respiro di Dio.

Quando con mio marito decisi di avere un figlio, eravamo una giovane coppia piena di impegni, di amici, di viaggi, di progetti. Insomma, ci amavamo e stavamo bene insieme. Perchè sconvolgere quell’equilibrio con un figlio? Perchè complicarsi la vita con notti insonni e tossi asinine, corse al pronto soccorso, dubbi, preoccupazioni e le giornate che diventano sempre più un puzzle di difficile composizione? Cosa ci mancava? A dire il vero non ci mancava proprio nulla, però sentivamo anche che per vivere fino in fondo la pienezza della vita quella era la strada che dovevamo percorrere: accogliere il dono di una nuova vita.

E come spesso accade quando si riceve un regalo grande, quello che alla fine abbiamo avuto era inaspettato, in molti sensi.

Si può spiegare la felicità? Non credo di saperlo fare. Crescere le nostre bambine e crescere insieme a loro è la più grande responsabilità che abbiamo mai avuto. Accompagnarle nella vita cercando di non oscurare la luce dei loro occhi con i nostri problemi irrisolti, le nostre fatiche e le nostre amarezze è un impegno quotidiano, delicato e difficile. Eppure è la cosa che ci rende vivi, è il mistero dell’amore che si svela piano piano.

Se incontrassi quel missionario gli direi che sono ancora alla ricerca del senso della vita. Ma, come quella mattina di cinque anni fa, quando osservo le mie bambine addormentate posso sentire il suo profumo nell’aria.

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