| Chi fa da sé fa per 3? |
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| Scritto da Giuseppe Mari, ordinario di Pedagogia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano | |||
Oltretutto abbiamo l’opportunità di prendere questo tipo di decisione. Una volta, per sopravvivere, occorreva essere in tanti: pensiamo alle famiglie contadine nelle quali molte braccia facevano il lavoro che oggi svolge la macchina. Addirittura – in certi casi – non bastava la manodopera di casa, allora scattava la solidarietà (precedentemente oppure successivamente restituita) con i parenti e i vicini. Anche per procurarci i beni di prima necessità non occorre più fare affidamento su una serie di figure: il fornaio, il fruttivendolo, il macellaio, il droghiere… basta andare al supermercato dove troviamo tutto raccolto in un solo luogo, utile per non farci perdere tempo passando da una bottega all’altra. Sono stato a fare un giro, qualche mese fa, in un grande magazzino le cui offerte sono economiche, perché in parte vengono assemblate e montate dai clienti. Mi ha stupito la proposta (presentata come una grande opportunità) di un arredamento dove – in 30 metri quadrati disposti su due piani – c’era tutto: sotto l’ingresso, l’angolo cottura, l’angolo salotto e il bagno, sopra – su una specie di palafitta ad altezza d’uomo – il letto con comodino e ripostiglio. L’idea suggerita dalla proposta era di una “reggia” su misura, dove il proprietario poteva rintanarsi isolandosi dal mondo ed avendo a disposizione tutto quello che gli serviva. Non ho usato il verbo a caso. Questa soluzione abitativa mi è sembrata più una tana che una casa, più un ambiente di rifugio che il luogo dell’accoglienza. A pensarci bene, la casa non risponde solo alla logica funzionale di un tetto sopra la testa. La abbelliamo, anzi la personalizziamo (soprattutto negli spazi che ci sono riservati). In inglese, oltre alla parola “house”, c’è il termine “home” per indicare il “focolare domestico” e – sia in francese sia in italiano – quando vogliamo indicare casa nostra, come la famiglia a cui apparteniamo, diciamo “i miei”. La casa esprime intimità più che funzionalità, non è un albergo perché impegna a condividere, fa dire “noi” oltre che “io”. Si può “vivere” la casa senza fiducia? Tutti cogliamo immediatamente che – se accade – comporta una grande sofferenza, perché le mura domestiche esprimono fisicamente la condivisione delle vite che le abitano. Quando si verifica, a causa della violenza o della sopraffazione che purtroppo può inquinare i rapporti umani, la tragedia è doppia: oltre che per quello che accade, anche per il fatto che accade a causa di chi dovrebbe essere destinatario di fiducia. L’essere umano vive di fede. L’espressione può suonarci strana, ma – se ricordiamo che significa “fiducia” – acquista un significato evidente. Veniamo al mondo che non possiamo sopravvivere da soli, siamo quindi costretti a fidarci. Lo facciamo inconsapevolmente affidandoci anzitutto ai genitori, quindi agli educatori che incontriamo lungo il nostro cammino. Quando è cresciuto, il bambino non cessa di cercare la fiducia di coloro che si prendono cura di lui al punto che, se questi non vi corrispondono, non ha dubbi: deve essere colpa sua. È impressionante constatare come le piccole vittime di abusi e maltrattamenti tendono a colpevolizzarsi, aggiungendo alla obiettiva violazione della loro persona questa ulteriore ferita. Ma si tratta di una tragica conferma: l’essere umano strutturalmente cerca la fiducia di chi gli sta accanto. È talmente vero che, anche nell’età in cui esplode – con tratti antagonistici – la vitalità umana (l’adolescenza), il comportamento eccentrico o comunque provocatorio ed oppositivo frequentemente esprime la scarsa stima di sé da parte di chi ritiene di non godere della fiducia degli adulti o di esserne scarsamente beneficiario. Le cose non cambiano nel prosieguo dell’esistenza: l’esperienza del gruppo viene accostata in cerca di qualcuno che dimostri fiducia (al punto che, purtroppo, questa esigenza può trovare soddisfazione da parte di gente che “si fida”, ma per commissionare azioni improprie, sbagliate, criminali), la vita di coppia domanda fiducia nel rapporto col partner: nella famiglia che ci si costruisce, la fiducia è la base del rapporto come pure costituisce la piattaforma del sistema sociale. La vita umana è tutta e sempre sbilanciata sull’“altro”, in cerca di conferme e riscontri, dalla culla alla tomba. Perché escludere da questo profondo richiamo l’“Altro” con la maiuscola, Dio? Forse molte fatiche di oggi – sui piani psicologico e spirituale (che s’intrecciano) – dipendono dall’eclissi di questo rapporto senza il quale anche gli altri finiscono con l’apparire banali e scarsamente significativi.
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Un noto proverbio non lascia dubbi: chi s’arrangia è destinato ad avere un successo triplicato, rispetto a chi cerca aiuto in altri o comunque confida in loro. Le conferme sembrano non mancare. Se ci si muove da soli, non si corre il rischio di perdere tempo a spiegare agli altri cosa si vorrebbe fare, si evitano gli equivoci e le incomprensioni, non si finisce con il litigare per vedere chi la spunta. L’azione condotta dal singolo è razionale, ordinata e sicuramente coerente: non si deve fare la fatica di mercanteggiare l’accordo né si rischia che le cose comincino in un modo e finiscano in un altro, eventualmente – se accade – siamo immediatamente informati di questo perché siamo noi ad aver deciso di rimescolare le carte.
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