Amore + rispetto
Marzo-Aprile 2011
«Mah, in fondo, è una pratica antiquata… una leggenda metropolitana ma poco realizzabile e realizzata… una cosa da “sfigati”, una fuga dal mondo reale… è la sublimazione della propria incapacità! E poi, che male c’è? Se ci si ama, perché non farlo? Perché non conoscersi pienamente? Basta proteggersi…!».
Considerata dai più come una realtà subìta e frustrante, anziché come valore scelto e perseguito, sia pure con fatica, il termine “castità” suona proprio male agli orecchi anche di giovani cristiani impegnati, che provano a barcamenarsi tra il nostro mondo sessuomane e la dottrina della Chiesa.
Già, la Chiesa… che continua a proporla ostinatamente “senza se e senza ma”, dando l’impressione di non comprendere che “i tempi sono cambiati”, che oggi la privacy è l’unica cosa sacra che ci è rimasta, oltre all’osso su cui ci sediamo.
La Chiesa, però, parte da un principio molto chiaro e semplice: il sesso l’ha inventato Dio… e non è qualcosa di brutto, da fuggire (come superficialmente crediamo affermi la Chiesa), ma qualcosa di estremamente bello, e da vivere nella pienezza di questa bellezza… non per prova o finché dura.
Di più: la sessualità, creata e ideata da Dio per farci entrare in relazione e per dare frutto all’amore, è sacra! Sì, sacra, come è sacra la vita, come è sacra la dignità della persona (uomo e figlio di Dio), come è sacro l’amore di cui un uomo o una donna possono essere capaci: sacra, perché dice qualcosa della profondità di me, perché rimanda a Dio… perché è cosa mia, e Sua!
Ed è in vista di questa sacralità del sesso che trova il suo senso la castità: vissuta come attesa di quella unione definitiva a cui tende (nel matrimonio); vissuta come apertura a quell’amore totale e universale a cui Gesù chiama (in qualsiasi forma di consacrazione a Dio e ai fratelli). Non un’auto-castrazione che reprime ciò che voglio e posso fare, ma un “prendere le misure di sé”, delle proprie forze e della propria libertà… un “prendere le misure dell’altro” con cui entro in relazione, a partire non dall’apprezzamento della carrozzeria, ma riconoscendo le bellezza e la potenza del motore!
Un amore sacro, che riconosce il bello e il sacro di sé e dell’altro, che non rapisce e usa, ma incontra, accoglie, dona, che è… “amore + rispetto”.


Amore + rispetto