Felici per il suo dono Stampa E-mail
Scritto da + Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina   
Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, perché io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio». E, ricevuto un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e fatelo passare tra voi, perché io vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non verrà il regno di Dio». Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me». E, dopo aver cenato, fece lo stesso con il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi».
Lc 22,14-20

pag03_31070167È sempre bello potersi rifare a qualcosa che ti incanta e ti incatena nello stesso tempo. È l’amore, per esempio, tra un uomo e una donna, tra un ragazzo e una ragazza: sei passato per caso, s’è accesa una passione, uno spasimo, una gioia che non puoi più contenere, hai fatto pazzie per capire, per incontrarti, per vedere come saziare questo desiderio, come dargli un nome, come possederlo; non ce l’hai mai fatta perché ogni espressione non è mai stata capace di definirlo, di comprenderlo fino in fondo; c’è sempre stata una sete che non poteva esaurirsi.

La vita è così: accende forti passioni per farci alzare lo sguardo all’infinito, anche se noi facciamo finta che ci possiamo accontentare di qualcosa che vale molto meno: i soldi, il potere, il sesso fine a se stesso. Ma nessuno si inganna con se stesso: sono tutte pezze di felicità che cercano di tappare un colabrodo che è la nostra vita e che fa acqua da tutte le parti.

Per un cristiano, un’esperienza così profonda è l’Eucaristia, questa semplicissima cena, in cui Gesù anticipa nei gesti, nei segni, nel pane e nel vino l’offerta di sé per la pienezza di vita del mondo, per colmare la sete di amore dell’uomo, per proporsi come riferimento alle nostre ricerche e alle nostre paure. È contemplazione del momento più profondo della vita di Gesù.

“La mia vita non me la prenderanno con inganno o con strategie politiche, per farsi qualche piacere l’un l’altro, o Erode o Pilato o Anna e Caifa o i mestatori di popolo: la dono io. Sono venuto per questo. Eccola! Prese un pane lo spezzò: prendete… prese il vino e disse prendete…”. Trasforma un presagio, diremmo noi, una consapevolezza direbbe l’intelligenza umana, in una volontà esplicita e anticipatrice. Qui sta lo snodo fondamentale della mia missione: vi do la mia vita, perché vi voglio troppo bene. Non posso permettere più che il male sia l’ultima parola sui vostri sentimenti, affetti, azioni, corpi e relazioni. Questo pane spezzato e questo vino versato saranno sempre il segno di un dono senza rimpianti, di una vita donata senza ripensamenti, saranno il segno del mio corpo dilaniato e del mio sangue versato. E potrete sempre rifare questi miei gesti, e ogni volta che li rifarete io sarò lì ancora a dirvi che vi voglio bene, a dirvi che non immaginate che Padre avete nei cieli, a ricordarvi che è finita la schiavitù, che l’ultima parola non è la morte, anche se in cuore avrete odio, anche se userete questi miei segni per farvi belli, in una chiesa dove state solo per dovere, in una comunità che usa la messa per truccare l’odio e la falsità, anche quando i gesti li compirà un prete senza fede, senza amore, pieno di ambizioni. È un dono per sempre, senza ripensamenti o nostalgie.

L’Eucaristia ci è stata donata tra un tradimento e una passione, ma ha prefigurato una risurrezione.

Questo è l’unico modo che abbiamo di vivere e di essere felici. Per questo la mettiamo al centro del giorno del Signore, perché è una finestra che apre il nostro tempo sull’eternità. L’abbiamo ridotta a un precetto, invece è il dono più grande che Dio ci ha fatto.

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