Vita risorta, gioia vera Stampa E-mail
Scritto da una suora clarissa del monastero di Bienno   
“Rallegratevi, perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10,20). Sapere che i nostri nomi sono scritti in cielo, che siamo figli amati e attesi, non è forse gettare l’ancora della nostra vita, con gioia, oltre la morte?

pag10_18814732C’è qualcosa di più labile e, nello stesso tempo, di più inamovibile? Di più profondo? E di più superficiale? Di più contagioso? E di più difficilmente trasmissibile? Di più improvviso? E di più radicato? Di più passeggero? E di più stabile? Di più effervescente? E di più sicuro?

L’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, la sua vita: insieme labili e inamovibili, profondi e superficiali, contagiosi e non trasmissibili, passeggeri e stabili, effervescenti e sicuri.

Mo’ vediamo se io me la cavo a mettere “nero su bianco” (beh, forse i colori saranno un po’ diversi) un pensiero sulla gioia, quella vera che, dell’uomo e della sua vita, dovrebbe essere la colonna portante. Di gioia e felicità, allegria, piacere e benessere è piena la bocca di molti, anche se poi, il cuore di ciascuno ha un’idea sua di ciò che, nella concretezza dell’esistenza, realmente queste siano (e non sempre è detto che l’idea, soggettiva, corrisponda alla realtà, oggettiva!). È necessario aggiungere a gioia l’aggettivo vera, perché quella a cui, come cristiani, pensiamo, quella di cui parliamo e viviamo ha un fondamento oggettivo: Gesù, che si è dichiarato via, verità e vita, e la sua Pasqua, che è la “certificazione” che il suo dichiararsi è autentico: Dio lo ha risuscitato dai morti, dicono gli Atti degli Apostoli (cf. At 3,15) e Paolo aggiunge, scrivendo ai Corinzi: se Cristo non è risuscitato è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede (cf. 1Cor 15,14). È sulla risurrezione di Gesù che sta o cade il tutto della nostra vita, che sta o cade anche la nostra vera gioia. E se è nella risurrezione di Gesù che affondano le radici della nostra gioia, rendendola inamovibile, profonda, contagiosa, stabile, sicura noi però ci scopriamo labili viaggiatori nel tempo e nello spazio, con tutto il carico della nostra superficialità, intrasmissibilità (siamo unici!), provvisorietà, effervescenza… Dove s’incontrano (e abbracciano) il seme della risurrezione di Gesù e il terreno della nostra esistenza? Dove germina per noi l’albero della gioia? Nella morte.

Una morte che è uno stato (nella morte), un moto (dalla morte), un attraversamento (attraverso la morte). È, infatti, nella morte (che non è solo quella fisica, perché mentre viviamo sperimentiamo una gamma svariata di morti: fallimenti, distacchi, limiti invalicabili, invecchiamento, occasioni perdute, solitudine…) che la mano del Risorto può raggiungerci e farci sperimentare lo strappo forte di cui è capace, liberandoci da quella presa letale che è la disperazione. Disperazione che può prenderci in modo improvviso o salire in noi lentamente, quando vediamo che tutti i nostri ripetuti sforzi di cavarcela da soli, non sono altro che un cercare di uscire dalla palude in cui siamo caduti e che ci inghiotte… prendendoci per i capelli. È dalla morte, come disperazione, che siamo liberati, con quella speranza invincibile che il nostro Dio, il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, è Dio della vita. Oltre ogni apparenza contraria, la sua forza di vita vince, sempre. Nel nostro dono e abbandono totali a lui. Ed è ancora attraverso la morte che sperimentiamo, esistenzialmente, la potenza della sua risurrezione. Non per sentito dire, ma nella nostra carne. Perché è proprio la risurrezione di Gesù, attraverso lo Spirito che ci ha donato, che viene a strapparci dalle mani della morte. Paolo afferma, scrivendo ai Romani che se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita  anche ai vostri corpi mortali per mezzo dello Spirito che abita in voi (Rm 8,11). In ogni morte, vissuta da credenti, facciamo, allora, esperienza di Dio Trinità: Padre, Figlio e Spirito.

Certo, è possibile fare esperienza della potenza della risurrezione di Gesù anche nella vita, e nella vita sana(ta). È, credo, l’esperienza dei settantadue discepoli mandati da Gesù ad annunciare che il regno di Dio è vicino (Lc 10,9-11), che tornano pieni di gioia perché anche i demoni si sottomettono nel tuo nome (Lc 10,17). A loro Gesù risponde: Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10,20). Sapere che i nostri nomi sono scritti in cielo, che siamo figli amati e attesi, non è forse gettare l’ancora della nostra vita, con gioia, oltre la morte?

Se vuoi, il compito alla fine di questa lettura è di andare a leggere il Catechismo degli Adulti dal n. 846 a n. 865. Lì la gioia è beatitudine.

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