| Perfetta letizia o perfetta tristezza? |
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| Scritto da fra Paolo Martinelli docente di teologia presso l’Università Gregoriana e presso l’Istituto Francescano di Spiritualità di Roma | |||
La letizia diventa perfetta quando si vive la certezza di essere amati, anche quando le circostanze più vicine si fanno avverse
Soprattutto in tutte le esperienze voleva arrivare fino in fondo. È il caso della letizia, che egli descrive nella sua “perfezione”. Che cosa vuol dire essere lieti in modo perfetto? Vuol dire, forse, essere contenti? Magari “nervosamente” contenti perché siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo calcolato? Perché siamo riusciti ad afferrare una cosa che volevamo possedere? Perché siamo riusciti a prevalere su un altro in una discussione, oppure perché siamo riusciti a portare qualcuno dalla nostra parte, nel nostro partito? Forse tutto questo san Francesco la chiamerebbe “perfetta tristezza” più che “perfetta letizia”. Perché? Perché per chi si riconosce voluto bene da Dio, per chi riconosce di appartenergli e soprattutto per coloro che hanno avuto il coraggio di dire “sì” all’invito di seguire Cristo, la vita diventa tutta un’altra cosa. La letizia è donata ed assicurata dall’Alto e non dipende da come vanno o non vanno le cose. Per questo la letizia diviene perfetta quando si vive la certezza di essere amati anche quando le circostanze più vicine si fanno avverse. È il vangelo delle beatitudini! Beati i poveri e guai a coloro che sono sazi. Allo stesso modo il profeta Geremia ricorda che è “maledetto l’uomo che confida nell’uomo” e “benedetto chi ripone in Dio la sua fiducia”. L’uomo che cerca nell’uomo, cioè nella propria misura e nei proprio progetti, la propria felicità è a rischio di perfetta tristezza. L’uomo che confida nel Signore, nel Dio che si è fatto povero per arricchirci della sua povertà, può attraversare anche l’aridità più bruciante, conoscerà la perfetta letizia anche nella tribolazione. Bene ha potuto dire san Paolo: “Siate lieti nella speranza” (Rm 12,12); “Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino” (Fil 4,4).
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Oggi è tempo di emozioni forti. Più che cercare la realtà, si cercano sensazioni che la realtà può suscitare. E tutte le esperienze vengono valutate dal grado di contentezza e di emozione che possono produrre. Bisogna dire che pure san Francesco d’Assisi per certi aspetti, anche se appartiene ad un epoca - il medioevo – che conosce un forte realismo, indugia non poco nelle sue descrizioni delle proprie emozioni e sentimenti: piangere, gioire, esultare, sentire il sapore delle cose, il vedere ed il toccare, ecc. Un tipo sentimentale? Direi proprio di no. In Francesco, gli affetti e i sentimenti si presentano con un certo ordine, sono ordinati alla realtà, a sentire il sapore delle cose in quanto doni dell’Altissimo.
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