Il mio sangue per Gesù, nostra speranza Stampa E-mail
Scritto da fra Luigi Padovese - vescovo cappuccino assassinato in Turchia il 3 giugno 2010   
La speranza modifica il dolore da realtà puramente negativa in realtà positiva perché dà ad esso un significato, spingendo a guardare oltre.

pag_14-15_Luigi_PadoveseNel mondo odierno, molti soffrono per un senso di frustrazione esistenziale, per la disperazione di non trovare un significato per la loro vita.

Mancando sicurezze a lungo termine, in un mondo in cui il futuro è pieno di pericoli, si sviluppa la mentalità della “gratificazione istantanea”, dove ogni occasione non sfruttata qui e ora, costituisce un’occasione perduta…

È in crisi la dedizione a valori duraturi perché è in crisi l’idea di durata. È in crisi l’immortalità, non come credenza ma come sapere orientativo del vivere, perché la fiducia nel carattere duraturo delle cose verso cui e con cui la vita umana può orientarsi, è minata dall’esperienza di ogni giorno…

Parlare di speranza in fondo significa parlare di ottimismo e credere che Dio non abbandona a metà il suo progetto sull’uomo, esplicitato in Cristo “fondamento e compimento del nostro sperare”: «Gesù non è soltanto il sostegno effettivo della nostra speranza nella sua risurrezione: Gesù è anche colui che, prima di tutto, ha attivamente sperato nell’oscurità della nostra storia… Le condizioni di esercizio della sua speranza erano paragonabili alle nostre» (Ch. Duquoc).

Si può affermare che «il fondamento e la ragione ultima della speranza di Gesù è la sua relazione con Dio, trascritta in termini di fedeltà anche nel contesto della morte violenta» (R. Fabris). E dunque le radici della speranza di Gesù vanno ricercate nella sua relazione vitale con Dio percepito come l’abbà.

È questa speranza fiduciosa in lui che lo porta ad annunciare il Regno e a manifestarlo combattendo la disperazione che nasce dall’ingiustizia, dalla malattia, dalla morte…

La speranza cristiana, radicata nella croce e confermata dalla risurrezione di Cristo risulta perciò una “speranza viva” (cf. 1Pt 1,3-4), poiché si erge sul Dio vivente (cf. 1Tm 4,10), sul Cristo risorto (cf. 1Pt 1,21), ed è alimentata e accresciuta in noi dallo Spirito santo. Come dichiara Paolo: «La speranza non porta alla delusione perché Dio ha messo il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci ha dato» (Rm 5,5). Nella prospettiva cristiana essa non è perciò da intendere come attesa di un possibile bene futuro, bensì come aspettazione certa di un bene in atto: è un fermento che già opera nella pasta, benché non si veda che dai suoi effetti…

Tuttavia questa speranza, nei testi del Nuovo Testamento non è presentata soltanto come un dono dall’alto, ma è anche frutto dell’impegno umano (cf. Eb 6,11), deve rendersi operativa (cf. Col 1,4-5) e non esiste se non congiunta alla fede ed alla carità (cf. 1Cor 13,13)…

Infine, questa speranza, per essere cristiana non deve smarrire il suo orientamento escatologico [in ordine all’eternità e al senso ultimo di tutto, NdR] poiché «se abbiamo sperato in Cristo solamente per questa vita, noi siamo i più infelici di tutti gli uomini» (1Col 15,19). Anche nella sofferenza i cristiani maturano nella forza, «e questa forza - commenta Paolo - ci apre alla speranza» (cf. Rm 5,2-5).

Certo, questo comportamento umanamente può risultare incomprensibile: come può nascere o perdurare la speranza nelle contrarietà e nella sofferenza? Eppure è proprio la speranza che aiuta a vivere la sofferenza come un valore che dà significato e pienezza all’esistenza umana. La speranza modifica il dolore da realtà puramente negativa in realtà positiva perché dà ad esso un significato, spingendo a guardare oltre.

Nella tradizione neotestamentaria questa speranza che anima il cristiano può permettergli di parlare nel mondo con tutta franchezza: è la virtù dei martiri. Come dichiara Paolo: «Poiché abbiamo questa speranza, possiamo parlare con grande franchezza» (2Cor 3,12). Il cristiano che ha posto tutta la sua fiducia in Dio, non ha nulla da perdere e da temere. La speranza escatologica si tramuta cosi in agire storico: diviene il fondamento della “parresia”, del parlar chiaro, della critica costruttiva. Chi infatti nutre una speranza ultraterrena, come non rimane abbagliato da questo mondo, così non teme niente di quanto possa occorrere in questa vita: è un uomo reso libero proprio dalla sua speranza e dall’amore per Dio e per il prossimo.

Nella prima lettera di Pietro leggiamo: «Siate sempre pronti a rispondere a quelli che vi chiedono spiegazioni sulla speranza che avete in voi» (1Pt 3,15). Non è detto che si debbano offrire spiegazioni a chi ci interpella su quanto crediamo, ma su quanto speriamo. E la ragione è semplice: mentre la fede potrebbe debordare in semplici idee, in un pensato lontano dal vissuto, la speranza è strettamente legata alla vita; anzi specifica le scelte di vita, indica i valori che la supportano…

La speranza è l’aspetto dinamico della fede: è la fede operativa più eloquente di tutte le parole…

Tra eternità e tempo, tra vita futura e presente c’è continuità: il tempo svela, rende concreta l’eternità, mentre l’eternità costituisce lo scopo del tempo e gli dà contenuto. Insomma, la vita futura non comprime né condiziona il presente, ma anzi gli dà significato giacché quanto facciamo in questa vita rimane anche nell’altra.

(da un ritiro tenuto ai Frati Minori Conventuali nell’ottobre 2006)

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