| Una strada da percorrere |
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| Scritto da una suora clarissa del monastero di Bienno | |||
Perché facciamo fatica a stare nella sua mano, a dimorare nel suo amore? Perché preferiamo vagabondare, lontano da lui, unica nostra guida sicura? Per sentirci liberi?
Di fronte alla vita, passione, morte e risurrezione di Gesù ogni uomo dovrebbe sentirsi chiamato a riconoscere, pentirsi e testimoniare. Riconoscere che in Gesù la fedeltà di Dio alle sue promesse si è compiuta diventando autentica possibilità di felicità e pienezza di vita per l’uomo. Pentirsi per quanto nella nostra esistenza è ancora chiusura, diffidenza, timore e sfiducia di fronte a questo Dio e al suo amore. Un amore che è (tutto) per me, qui e oggi, così come sono. Se ci sono il riconoscimento e il pentimento, scaturisce naturale anche la testimonianza. Senza parole, talvolta (e, forse, soprattutto senza parole!) ma, con la fermezza dolce di chi dà la mano a qualcuno che ama e con lui fa la strada, senza che nulla e nessuno possa distrarlo, rallentarlo, ostacolarlo. Certo, distrazioni ce ne sono, anche motivi per rallentare il passo. Ostacoli, come no? Ma è profondamente vero ciò che scrive Paolo ai Romani: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?...ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,35-39). Se diamo la nostra mano a Dio, che in Gesù ci ha dimostrato tutto il suo amore, sappiamo che la strada che con lui percorriamo è quella della nostra felicità (di uomini fatti di carne e spirito). Perché tante volte, allora, facciamo fatica a stare nella sua mano? A dimorare nel suo amore, direbbe l’evangelista Giovanni? Perché preferiamo vagare (vagabondare, aggirarci senza meta, errare) lontano da lui, che è l’unica nostra guida sicura? Per sentirci liberi? Forse, sì, per sentirci liberi. L’amore, talvolta, soffoca. È un laccio che ci stringe la gola e ci fa mancare il respiro, ci toglie l’aria di cui abbiamo un bisogno assoluto. Ci intrappola, ci dà l’impressione di essere senza via di scampo. Mentre abbiamo bisogno di enormi metri cubi d’ossigeno per sentirci vivi e stare sicuri. Di spazi infiniti davanti per credere che possiamo avanzare tranquilli. Come dei bambini nella fase dell’onnipotenza. Invece siamo adulti. Con delle responsabilità. Ed amare è essere responsabili della felicità dell’altro. Non sono obbligato a renderti felice, ma ti amo quando sono felicemente libero di renderti liberamente felice. Paolo mi sembra lo esprima così: «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,6-8). Qualcuno lo ha “tradotto” così: Gesù era in croce, ma quel pomeriggio, pur essendo inchiodato, danzava di gioia. Danzava per il fariseo e il pubblicano, per il sacerdote e per il pagano, per lo scriba e per chi non conosceva Dio… danzava di gioia perché finalmente l’uomo era da lui riconciliato con Dio (da: Enzo Bianchi, Un rabbi che amava i banchetti). È l’attuazione del grande comandamento: Amerai il Signore tuo Dio…e il prossimo come te stesso (cf. Mt 22,36). Questa è la grande fedeltà, la grande obbedienza, la massima libertà. Questo è Amore.
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C’è, nel Catechismo degli Adulti un capitolo (il 10 della parte Prima) in cui si parla di Cristo come principio e fine della creazione, che rivela e attua il mirabile disegno di Dio; è il mediatore della creazione e della salvezza, il centro del mondo angelico e umano, il Signore della storia, attraversata dal mistero del peccato, ma redenta e condotta a una meta di gloria (CdA 351). Gesù, dunque, rivela e attua, è mediatore e centro, è il Signore. In lui la fedeltà di Dio e l’obbedienza dell’uomo s’incontrano, si abbracciano e riportano in vita ciò che era perduto nell’angoscia della morte. In un grido, secondo Matteo e Marco («Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?» Mt 27,46; Mc 15,34); in un abbandono confidente per Luca («Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» Lc 23,46); nella consapevolezza di un compimento per Giovanni («È compiuto» Gv 19,30). Grido, abbandono, consapevolezza di Gesù a cui corrispondono il riconoscimento, il pentimento e la testimonianza degli uomini. Matteo e Marco infatti ci dicono che al vedere come Gesù è morto il centurione esclama: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (cf. Mt 27,54; Mc 15,39). Mentre Luca afferma che tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto (Lc 23,48), Giovanni sottolinea che chi ha visto ne dà testimonianza (Gv 19,35).
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