| Sono qui, non temere! |
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| Scritto da Ivo Lizzola, docente di pedagogia sociale all’università di Bergamo | |||
Fedeltà non è nostalgia e tanto meno è abitudine: è invece fedeltà all’attesa, al giorno nuovo... alla nascita.
È la bambina, il bambino, allora, che manifesta e testimonia il “sono qui, non temere!”, fedele nonostante la fedeltà anche limitata (o assente) degli adulti. Forse la fedeltà chiede semplicità, un po’ d’incontro, apprezzamento di segni anche frammentari di bellezza e di legame. Fedeltà chiede piccolezza. Fedeltà può produrre reciprocità ma non si riduce ad essa, e neppure la presuppone. L’affidamento è al cuore della relazione fedele. Potere riposare nei giorni, un poco al riparo dalle tensioni e dalla durezza di tante relazioni nella convivenza. Sapere di abitare nel sorriso e nello sguardo di qualcuno, quasi senza ragione. Vedere l’altro nel proprio sguardo, nel proprio sorriso. Essere presenza riposante: con te sto in pace, nella pace. Fedeltà e promessa: mi sento là dove sono atteso, dove incontro il meglio di me stesso. Fedeltà tra ospiti attesi, pur sempre un poco stranieri, tra noi. Certo non è la fedeltà a una memoria irrigidita e violenta, o ad origini pure che chiedono sacrifici. Fedeltà a una appartenenza totale e chiusa che persegue traditori e infedeli. È la fedeltà, piuttosto, alla fragilità che ti si affida, che chiede cura, che si consegna. Anche negli anni, quando si costruisce una storia comune, tra due, o più, la fedeltà non si dice come nostalgia (anche se c’è una nostalgia buona e feconda), tanto meno come abitudine. È fedeltà all’attesa, al giorno nuovo. Alla nascita: “sono qui, non temere!”.
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Fedeltà: un bisogno profondo, per la vita. Per reggere la grande fragilità che ci abita, la paura d’essere abbandonati, di restare soli. “Sono qui, non temere!”: resterà la continuità della mia presenza, qualunque cosa succeda. Così spero, così ti prometto. Promessa e fedeltà sono sorelle. La promessa nasce dalla sorpresa e dalla bellezza del legame nel quale ci si è trovati appena nati, e poi tutte le volte che siamo stati nel disorientamento, nella frattura. Legame come un abbraccio, come qualcosa che ci precede. La fedeltà è il ricordo nei giorni, la cura, la memoria continua, l’attesa sempre aperta di quel legame. Di quell’abbraccio prezioso per far fronte all’angoscia. Costi quello che costi. Sono i segni concreti di questa fedeltà che nelle piccole e nei piccoli aprono a quella “fiducia di base”, così forte e radicata di cui parlano gli studiosi dell’infanzia. È per questa grande fiducia di base che i bambini restano esposti, nella fiducia ai maltrattamenti di alcuni adulti. Si fa più forte la fiducia, la fedeltà all’attesa di una buona cura che l’evidenza della trascuratezza, o della violenza.
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