| Povertà e vergogna |
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| Scritto da Ivo Lizzola, docente di pedagogia sociale all’università di Bergamo | |||
Le nostre convivenze di cittadini, che dovrebbero essere resi uguali e tutelati nella libertà individuale, faticano sempre più a condividere impegni e responsabilità di futuro, mal sopportando le differenze, così vicine e numerose, e costruendo nuove barriere tra le culture e le identità, tra le generazioni e i generi.
Povertà e sofferenza sono segnate, nelle loro diverse forme, da stigma, discriminazione, abbandono, colpevolizzazione e violazione dei diritti. Mentre cresce e si afferma una spesso dura e semplificante “cultura del merito e della colpa”. C’è una povertà in istituzioni definite (le carceri, i campi, le strutture per la salute mentale… ) e una in istituzioni indefninite (le strade, le stazioni, le periferie… ). La “città dei giusti e dei meritevoli” non vuole riconoscere come sua la sofferenza urbana, la povertà. Questa viene “negata”, “espulsa”, addebitata a capri espiatori, a chi vive ai margini e nella difficoltà. I poveri e gli infelici o sono incapaci (ed è colpa loro) o sono sfortunati (e vanno assistiti). Se cresce la ricchezza e cresce la povertà, una società perde il senso del legame, del vivere insieme, della responsabilità. E della giustizia. Persone e gruppi non si chiedono più il senso e la destinazione delle loro risorse, delle loro possibilità. Pensano di meritarsi tutto, di non avere ricevuto nulla, di non essere debitori ma sempre solo creditori. Attaccamento alle cose, concentrazione su di sé, e sulle proprie paure avvelenano i legami reciproci. E cresce nel sentire comune una nuova forma di disprezzo verso le debolezze, le povertà, le fragilità. Disprezzo e ostilità che si rivolge anche verso le esperienze e le culture della prossimità e della solidarietà con chi è ai margini. La povertà corre veloce, fa vergogna, fa sentire in colpa, mentre si scivola ai margini. Dobbiamo chiederci: “cosa guardi quando guardi un povero?” e “cosa vedi quando incontri uno in difficoltà, fragile?” Le nostre convivenze di cittadini che dovrebbero essere resi uguali dal diritto e dalle istituzioni, tutelati nella libertà individuale faticano sempre più a condividere impegni e responsabilità di futuro, allo stesso tempo mal sopportano le differenze così vicine e numerose, e si vedono sorgere nuove barriere tra le culture e le identità, tra le generazioni e i generi. Dure barriere sulle quali appaiono i segni del timore e del rancore. Ma è il vincolo stesso del “nessuno escluso” a porsi a un tempo come confine insuperabile e come fonte di opportunità trasformative. E, proprio sul bordo dell’abisso senza nome spalancato da quel confine, abbiamo preso a edificare strutture preposte a prendersi cura di chiunque, “nessuno escluso”, con una saggezza forse maggiore di quanto ancora non siamo in grado di sospettare. Con la saggezza di chi avverte, magari oscuramente, che senza il curioso ascolto del rumore di quei luoghi malcerti, caotici e affollati, é l’intero tessuto sociale e civile a pagarne le conseguenze, a perdere preziose opportunità di trasformazione. Su quel confine non vi è separazione tra chi cura, sa, è autonomo, sano, incluso e chi é curato, dipendente, malato, escluso: quel confine attraversa ciascuno e ferisce e, insieme, apre e genera e rende donne e uomini, anche un po’ felici! Quali energie attiviamo, richiamiamo, facciamo muovere nelle relazioni delle nostre città, dei nostri territori? L’energia greve e pericolosa della volontà di potenza, della paura, dell’avversione verso l’altro, del disprezzo per chi è fragile, dell’ambizione smodata e del desiderio di prevaricare? Oppure l’energia mite e forte della prossimità, della passione civile, della cura e della reciprocità, del riconoscimento e del progetto condiviso, dell’amore non violento, della solidarietà creativa nel campo economico? Del generare senza escludere.
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Nelle nostre città crescono insieme sviluppo e povertà. È falso dire che progresso e sviluppo riducono sofferenza e povertà: i dati della Banca Mondiale e dell’O.M.S. dicono che negli ultimi quindici anni, nelle città del nord del mondo, i due fenomeni sono cresciuti insieme. E che la povertà si concentra nelle aree urbane e rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio per la salute delle persone.
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