| Dono e mistero |
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| Scritto da Una suora clarissa del monastero di Bienno | |||
Mi viene in mente lo sguardo dei bambini davanti a qualcosa che li stupisce profondamente: gli occhi spalancati, la bocca aperta e il viso tutto proteso, orientato, immerso e sommerso in quest’oggetto di stupore. “Queste sono parole di vita e di salvezza, e se qualcuno le avrà lette e messe in pratica, troverà la vita e attingerà la salvezza dal Signore” (FF 178/1-178/7).Così comincia la “Lettera ai fedeli” di Francesco, quella che contiene la famosa affermazione: Oh, come sono beati e benedetti quelli e quelle, quando fanno tali cose e perseverano in esse, perché riposerà su di essi lo Spirito del Signore, e farà presso di loro la sua abitazione e dimora, e sono figli del Padre celeste del quale compiono le opere e sono sposi, fratelli e madri del Signore nostro Gesù Cristo (FF 178/2a). Sì, lo so che questo è l’articolo di catechesi e non di francescanesimo. Lo so che è meglio scrivere (in grassetto così si vedono bene!) i numeri del Catechismo degli Adulti in modo che ogni lettore diligente possa fare il suo debito approfondimento. Non divago e i numeri, poi, li do (!?!)… ma, le parole di Francesco (eco delle parole di vita e di salvezza del Signore Gesù) che affermano che siamo costituiti nella realtà di figli, sposi, fratelli e madri, perché siamo abitazione e dimora dello Spirito che si degna di venire a riposare in noi, mi scuotono. Sempre. Ogni volta riconsidero la mia vita alla luce di quelle cose che, facendo e perseverando in esse, mi mantengono nella situazione di beata e benedetta cioè amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima e la mente, con tutta la forza e il prossimo come se stessi, avere in odio il proprio corpo con i vizi e i peccati, ricevere il corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo e fare frutti degni di penitenza (cf. FF 178/1). Mi ritrovo tra le mani il tesoro scoperto, per caso e con immensa fortuna, mentre zappavo in un campo altrui, piegata sull’orizzonte chiuso di una fatica di muscoli e ossa senza speranza di riposo. Sono parole che mi ri-elettrizzano con tutta la pazza gioia che ha invaso il cuore, quasi a farlo scoppiare. E poi ancora il fiato grosso dell’incredulità, gli occhi che non sanno bene dove guardare e un contegno necessario, almeno all’inizio, ma che non riuscivo a trovare, per non permettere ai porci di turno (è l’evangelista Matteo che usa quest’immagine brutale in Mt 7,6b), di voltarsi e sbranarmi dopo aver calpestato la mia felicità con le loro zampe. Come si fa a nascondere che si è vinto alla lotteria della vita il primissimo premio? Credo sia impossibile! E diventare figli/e, e poi ancora sposi/e, fratelli/sorelle e madri (Qui il genere non conta, madri sono anche i maschi, chiamati, pure loro, a partorire Gesù)? C’è un concetto che possa racchiudere sinteticamente questa esperienza? Io non lo so trovare. Mi viene in mente solo lo sguardo dei bambini davanti a qualcosa che li stupisce profondamente: gli occhi spalancati, la bocca (letteralmente!) aperta e il viso tutto proteso, orientato, immerso e sommerso in quest’oggetto di stupore. Sì, ma cosa c’entra con questo numero di Sui tuoi passi? Hai presente che il titolo è: “Il Signore mi donò dei fratelli”?! Beh, se qualcuno è passato attraverso l’esperienza della scoperta della propria figliolanza divina ha già la risposta. Ritrovarsi, in modo assolutamente immeritato, figli “del Padre nostro che è nei cieli” ci apre, inevitabilmente, alla fraternità. E ad una fraternità con tutti gli altri uomini, con tutti gli animali, con tutto il creato, usciti, come noi e con noi, dalle mani dello stesso Dio/Padre-Madre (e destinati a tornarvi come ci ricorda Paolo in Rm 8,14ss… ma tutto il capitolo merita di essere letto e riletto!). Scoprire il tesoro dell’amore di Dio per noi è, davvero e inevitabilmente, accompagnato alla chiamata ad una vita “di fraternità”. Non è lo stesso itinerario di Francesco? Da quando il padre suo è quello nostro dei cieli, tutte le realtà create sono suoi fratelli e sorelle. Tutte, non solo quelle istintivamente “positive”, ma anche quelle “negative”. È Francesco stesso che suo Testamento afferma: ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo (FF 110). Se le parole non fossero logore, potremmo dire che ha accettato la sfida della conversione e ne ha gustato la dolcezza segreta. O ancora: che è passato dall’innamoramento stupito all’amore grato. Dallo sguardo al tesoro trovato, al tesoro dello sguardo cambiato.
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“Queste sono parole di vita e di salvezza, e se qualcuno le avrà lette e messe in pratica, troverà la vita e attingerà la salvezza dal Signore” (FF 178/1-178/7).
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