Fragilità e vulnerabilità possono essere vissute come sorgente di libertà e di legame, non come condanna a una minorità insopportabile.
Il fratello, l’altro: verso di lui, all’inizio, non c’è debito, il legame con lui, all’inizio, non si disegna nella cura. L’esperienza della fraternità, della relazione con l’altro che è mio fratello la troviamo sintetizzata nel racconto di Caino e Abele (cf. E. Bianchi, , Qiqajon, Biella 1994, pp. 24 ss).L’altro-fratello condivide la generazione ma la differenza tra i fratelli pesa, chiede un cammino, chiede di trovare una misura.
Il fratello “è una ferita, fin dalla nascita” (cf. ibid., p. 213) che può riflettersi sulla storia successiva, come per “il primogenito” Caino. Non conta se il fratello è fragile come un soffio: Abele in ebraico è hebel, “soffio”… la sua estrema fragilità è quella di ogni uomo che nasce, “ogni uomo (adam) non è che un soffio (hebel)” (Sal 39,7). Ogni uomo è un Abele. La sua fragilità è, prima, colta nel palmo della mano di una madre, poi è sostenuta nella cura di un padre. Ma, dopo, è solo l’instaurarsi della fraternità che la potrà salvaguardare.
Il fratello definisce una successione (un ordine tra primogenito e secondogenito), mette in crisi il possesso in esclusiva ma, anche ti offre o ti chiede aiuto: è insidia e ostacolo, ma può essere aiuto e sostegno.
Il fratello chiede attenzione alla fragilità, quella che tocca ognuno e ne definisce la vulnerabilità. Mancare il riconoscimento della propria, e comune, vulnerabilità può perdere chi è solo, anche se, per qualche tratto, avesse forza e potenza.
La preferenza che i testi sacri assegnano al secondogenito, come all’orfano, o al più piccolo e disprezzato, indica il punto dal quale si instaura la fraternità. Non è su un sistema di diritti, né sulla garanzia nello scambio reciproco o sull’utilità, che pure sono importanti salvaguardie per la convivenza, che si baserà un legame fraterno. Bensì sulla vulnerabilità, sulla responsabilità cui veniamo chiamati quando la incontriamo nell’altro; sulla gratuità e l’“offerta di sé” quando, da colpiti o fragili, non abbiamo altro da mettere in gioco, e restiamo in attesa di chi viene all’incontro, prossimo a noi.
Dal basso nasce la fraternità, dalla custodia: altrimenti l’altro resta solo ostacolo e peso “immeritato”. Dice il testo di Genesi “Si innalzò Caino contro Abele, suo fratello e lo uccise” (Gen 4,8).
Caino, condannato, erra fuggitivo, sperimenta l’inimicizia degli uomini, l’aridità, l’esposizione estrema alla violenza. Ma non finisce la benedizione su di lui (avrà discendenza) pur se dovrà fronteggiare la violenza e il male, e costruire la vita costruendone il patto, fragile, sulla parola. Costruendo fraternità!
Nell’infanzia si fa la prima, importante, esperienza dell’alterità. Sentire l’altro, portatore di una alterità come diversità radicale e rischiosa, preziosa e misteriosa.
Non si dà solo, né forse tanto nella relazione tra padri e figli, tra madri e figli, si dà anche, e forse soprattutto, nell’esperienza della fraternità, e della sororità. Tra figlie e figli naturali, certo, ma anche con tutti i coetanei e le coetanee, anch’essi figli, piccoli e nell’infanzia della vita insieme a noi.
L’alterità che si sperimenta nella fraternità ha tutto un altro sapore; ed apre ad altra, fragile ed urgente sapienza. È una diversità certo più segnata da vicinanza e competizione, da prova e da misura: con i fratelli, con le sorelle, il confronto è inevitabile e continuo, su di essi si “prendono le misure”, è con loro che ci si misura. A volte nell’illusione di sentire la propria autonomia e indipendenza, la propria autosufficienza grazie a loro, usando a questo fine il confronto e la competizione, lo scambio e la negoziazione con “i pari”. Quei fratelli, pari nostri, ai quali, crediamo, “nulla dobbiamo” (ci consegnano qualcosa? ci han donato?); e che non sono, crediamo, a noi affidati (“sono forse io il guardiano?”).
Fino a che punto regge la “fraternità dei pari”? Fino a che punto regge una “parità” tra eguali e tra individui privi di legami?
È reale una simmetria tra fratelli? Non ci si rivela e ci si sostiene, forse, tra fratelli, anche in debolezze e fragilità oltre che in capacità?
L’asimmetria si dà continuamente come una danza tra donne e uomini vulnerabili che, negli occhi di sorelle e di fratelli, cercano (e non di rado trovano) riconoscimento e fiducia, dignità e pietà. Riflesso degli sguardi di cura e di attenzione di molti padri e madri, certo, ma senza il loro peso.
Piuttosto sguardi con la leggerezza del dono ricevuto e subito scambiato tra fratelli.
L’asimmetria attraversa, così, la storia dei fratelli, e forse li salva dall’illusione di poter fare una loro strada individuale.
Ma li salva anche dal temere l’abbandono: li riconduce, sorelle e fratelli, ad una
singolarità che è unicità, rivelata proprio anche nell’affidamento, nel riconoscimento ottenuto. La fragilità e la vulnerabilità possono essere vissute come sorgente di libertà e di legame, non come condanna a una minorità insopportabile.
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