Come Francesco - Piccolo, infinitamente

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Essere minori è percezione dell’essere niente, e perciò un possesso inesauribile, un dono fatto a una piccolezza, a una incapacità, a un nulla. Dio è tutto, io sono niente.
Pag04_Gamba-CrocefissoFrancesco era l’uomo più povero: non aveva veramente nulla di proprio; e l’uomo più ricco: possedeva il Mistero.

Un possesso inesauribile del Mistero… ed un possesso così esige come condizione l’essere “minori”, perché, se è inesauribile, ci sorpassa, è qualcosa di più grande di noi. La minorità è innanzitutto percezione dell’essere niente, e perciò un possesso inesauribile, è un dono fatto a una piccolezza, a una incapacità, a un nulla; è un dono fatto a un nulla. Però la minorità non è soltanto il sentirsi terra-terra; la minorità è fatta di due cose: Dio è tutto, io sono niente.

Se tu sei niente, e ti è data la ricchezza e la gioia di un possesso inesauribile, allora la minorità è fatta di stupore, di stupore pieno di adorazione e di affermazione dell’Altro, della Presenza, della grande Presenza. E perciò è amore, perché l’affermazione dell’altro è amore. È un senso del proprio nulla: io sono proprio niente, eppure mi si è presentata e data questa realtà che si è fatta da me possedere inesauribilmente, questa realtà ricca senza fondo; perciò, la minorità è una percezione del proprio nulla, del proprio niente, non negativa ma positiva. Ed è positiva per la presenza di un Altro: perché non può essere lo stesso motivo che fonda la nullità del nostro io e la ricchezza incommensurabile del nostro io. È qualcosa d’altro che fonda la ricchezza incommensurabile dell’io. Infatti, senza dire «mio», non si riesce a capire il valore né dell’io né di Dio, un dire “mio” per uno stupore che accetta, per uno stupore che abbraccia.

L’intenzione fondamentale di san Francesco è quella di “osservare il Santo Vangelo del nostro Signore Gesù Cristo” (Rb 1,1). E Francesco vede nell’incarnazione e nella croce il modello del suo atteggiamento radicale: nulla di sé trattenere per sé. Questo significa, in primo luogo, riconoscere che tutto il bene che c’è in noi e che si compie attraverso di noi è dono di Dio; dobbiamo quindi restituirlo a Lui nella lode e nell’azione di grazie. La seconda componente di questo spogliamento radicale è più dolorosa: dobbiamo essere “fermamente convinti che nulla ci appartiene se non i vizi e i peccati” (Rnb 17,7). A questo, Francesco aggiunge anche un terzo elemento, anch’esso esigente: “godere quando siamo esposti a diverse prove e quando sosteniamo qualsiasi angustia di anima o di corpo” (Rnb 17,8) e “gloriarci nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Amm 5,8).

La sfida di Cristo è questa: io ti prendo tutto per ridarti tutto. All’inizio pensiamo si tratti di un nostro impeto di generosità verso di Lui, mentre è solo quando si inizia a capire di aver bisogno di tutto, di essere poveracci, che si comincia a vivere. Qui inizia l’esperienza di Dio.

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