Minorità e farsi attenti nella debolezza, provare la presenza, umile, della fragilità, vivere un servizio senza riceverne merito… coltivando leggerezza e riconoscenza, meraviglia e senso del tempo.
I figli minori, quando nascono, sperimentano subito come siano diversi e numerosi i già nati, e come loro appaiano in un mondo già ricco e pieno di parole e progetti, di spazi e di ruoli occupati, di desideri e di esperienze compiute. Ad esempio i progetti e i ruoli, i desideri e le esperienze dei maggiori, i fratelli maggiori.
I figli primogeniti, quando nascono, sperimentano la cura e l’attesa dei padri e delle madri, e la loro unicità, solitaria ma nella condizione di disegnare spazi e desideri. Quando i minori arrivano occorre fare loro spazio, non sono previsti ma obbligano al ri-disegno; fanno uscire dalla solitudine ma anche dall’unicità.
I minori, all’inizio, possono vivere una leggerezza grande: quel che incontrano è già dato. I giorni, gli affetti, le scelte si disegnano sulla trama di padri, madri e maggiori. Questi ultimi invece, all’inizio, vedono i minori irrompere, e chiedere molto con la loro fragilità, leggera fragilità.
Il maggiore c’è, s’è costruito: il minore arriva, chiede e s’affida. Il maggiore inizia, il minore crea (o obbliga) novità.
È il minore che dà origine alla gerarchia, che pone la questione dell’obbligo e del diritto, che chiede riconoscimento, che crea differenza e incontro. È il minore che chiama alla costruzione della fraternità: questa è la sua grazia.
È facile perdere la minorità (che costituisce anche i “maggiori” che non sono i “primi” che relativamente: anche loro hanno anzitutto ricevuto, hanno ottenuto spazio, e “obbligato” all’attenzione…).
È facile perderla, la minorità, insegnando autosufficienza e primato, unicità orgogliosa e merito; oppure negarla costruendo scalate e innalzamento, o requisendo potere e ricchezza. Tutto questo può essere chiamato merito, oppure privilegio, o, ancora, “elezione”. È fragile e delicata la minorità. La si vuol fuggire o cancellare.
La minorità, invece, vive come unica elezione la chiamata a farsi attenta nella debolezza; a provare una presenza, umile, della fragilità; a provare servizio senza riceverne merito. E in questi attraversamenti coltiva leggerezza e riconoscenza, meraviglia e senso del tempo.
Della minorità, a volte, restano poche tracce, per lunghi tratti di vita. Poi il merito sfarina, il privilegio è corroso, il riconoscimento scompare nell’ombra: e ritrovarsi in minorità pare una caduta nella polvere.
A volte non è così, a volte ci si riscopre fragili (o malati) e in mani d’altri, attenti; altre volte scopriamo la forza e la bellezza che ci abitano nella affidabilità per altri, quelli di cui abbiamo colto lo sguardo e l’attesa.
Minori e attenti: a dare tempo, a lasciare spazio, a offrire prossimità. Presi da questa attenzione, sentendo la propria piccolezza e debolezza. Leggera, non più pesante. È una minorità ricevuta, di nuovo ricevuta in dono che ci aiuta a svelare che, nati figli e chiamati a cercare fratelli, possiamo incontrarci non superandoci, non primeggiando, non schiacciando come maggiori. Minori e fraterni.
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