Piccolo, per scelta

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I misteri dell’incarnazione di Dio e della santificazione dell’uomo sono strettamente congiunti. Sia pure in maniera diversa, in ambedue Dio si comunica all’uomo personalmente e l’uomo è accolto in Dio senza perdere la sua piena e concreta verità. (CdA 313. Cf. anche pagg. 151-161)

Pag10-11_Raphael-Goetter_1853834576_d013e83255_oVorrei fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme e, in qualche modo, intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie ad un neonato; come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello (FF 468).

È questo ciò che Francesco confida a Giovanni di Greccio, chiedendogli di aiutarlo a preparare il Natale del Signore di quell’anno, il 1223. Per intravedere, dice, con gli occhi del corpo i disagi del Bambino Gesù (lui che aveva impresso così profondamente nella memoria l’umiltà dell’incarnazione e la carità della passione, tanto che difficilmente voleva pensare ad altro - cf. FF 467). Per scoprire in quel bambino adagiato sul fieno di una mangiatoia, tutto l’amore di Dio. In quella fragilità estrema (che lo rende in tutto dipendente dall’amore premuroso degli altri), tutta la gloria di Dio. In pochi centimetri e in una manciata di chili, tutta la grandezza di chi ha creato l’universo. In un neonato attaccato al seno della madre, colui che sfama l’umanità, di generazione in generazione. C’è qualcosa di più in-comprensibile per la mente (e il cuore) dell’uomo? C’è qualcosa che può destare la sua attenzione meglio di un mistero così nascosto? Oscurato dall’apparenza (quotidiana in tutti i tempi) di un bambino che nasce nella povertà e nei disagi, c’è il mistero del disegno di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16).

Un’umiltà e un nascondimento che, Francesco lo ricorda nella sua prima Ammonizione (FF 144), continuano nel pane consacrato, per mantenere quella promessa, fatta da Gesù agli apostoli, di essere con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo (cf. Mt 28,20): ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile, ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote. Gesù, il Cristo, per raggiungerci (e restare con noi) si fa bambino, si fa pane: chi, dunque, meglio di lui guarda la vita dal basso ed è del tutto libero dalla presunzione del potere (non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, divenendo simile agli uomini, cf. Fil 2,6-7)? Chi meglio di lui si mette nei panni degli altri e si ferma in quelli dei più piccoli e dei più poveri, senza sopraffare mai? Chi, come lui, si fa vicino e resta vicino affidandosi alle mani degli altri in quella dolcezza inerme propria del bambino (e del pane)? Eppure…

Eppure Gesù è colui che discende dall’alto e dà la vita ad ogni uomo; in lui c’è ogni pienezza e ogni ricchezza, tutto il potere di Dio, perché in mano sua sono tutte le cose.

Solo chi è Onnipotente può renderci liberi, diceva Kierkegaard. Solo lui, che non ha bisogno di noi, ma che, nell’amore e per amore, si fa limitare da noi, è in grado di affidarsi totalmente alle nostre mani e di affidare al nostro cuore il tesoro della libertà. Da lui (e solo da lui in modo pieno) possiamo imparare a diventare ciò che dal Battesimo, per grazia, già siamo: santi.

Cioè: bambini. Scegliendo di tornare, abbandonando il peccato che ci assedia (cf. Eb 12,1), gioiosamente dipendenti dal suo amore, che prende la forma, talvolta sconcertante, dell’umile, povero, noioso, violento, ripetitivo, doloroso, angoscioso… quotidiano in cui siamo immersi.

È una scelta, come quella di essere liberi. Non qualcosa di “naturale” o di spontaneo, come può accadere che sia quando si è anagraficamente bambini. Ma nemmeno qualcosa che ci è totalmente estraneo ed estrinseco: è l’anelito segreto del cuore, quello che, persino nella lontananza più abissale da Dio, rimane come nostalgia. L’impronta della sua mano di Creatore impressa in noi, insomma.

Vi lascio, come riassunto di questo articolo, l’immagine di qualcuno che si china perché un altro, aggrappandosi a lui, possa raggiungere la sua piena statura. Gesù fa forse qualcosa di diverso con noi?


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