| Educare in minoranza |
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| Scritto da Gabriele | |||
Un educatore deve desiderare la felicità sua e di chi lo circonda; uno che si mette al servizio di chi è stato meno fortunato, perché in lui si possa vedere l’ormai quasi spenta voglia di vivere.
Educare significa letteralmente “portare con” cioè accompagnare, condurre. Il mio lavoro è proprio questo: accogliere chi è stato turbato da eventi, persone, situazioni familiari nella sua infanzia e provare ad accompagnarlo fuori dai complessi che si sono creati in lui. La disperazione di alcuni adolescenti che vivono nella comunità molte volte è disarmante, la sofferenza che esprimono è devastante. La maggior parte di loro non ha mai avuto un concreto legame affettivo con un adulto o ne è stato tradito. Vivono come se tutto il mondo voglia far loro del male e si difendono con i mezzi che conoscono: bullismo, manipolazione, espressioni di odio, sregolatezza. Antonio (nome inventato) è un ragazzo che ha passato i suoi primi 3 anni di vita nella culla, senza un abbraccio, un bacio, una carezza, una parola! Ha 19 anni e sulla sua testa si notano ancora le piaghe di decubito di quei primi anni. L’unica attenzione che la madre (alcolizzata) aveva era per cambiarlo quando si sporcava, l’unico contatto fisico! Ora è il decimo anno che vive in una comunità e, quando qualcosa lo turba, ricade in questo meccanismo… è l’unico modo che ha per attirare l’attenzione! Il suo profilo era quello del classico senzatetto che non ha nessuna cura né stima di sé. Il nostro lavoro con lui è molto difficile! Dobbiamo creare in lui un’autostima che non è mai esistita, fargli capire che è una persona importante. Educare è proprio questo: mettersi nei suoi panni, abbassarsi al suo livello, provare a capire dove è mancato qualcosa e inserirlo. Con lui è necessario il contatto fisico come una mano sulla spalla, una stretta al braccio oppure un abbraccio, quando si parla di cose importanti. Le percepisce meglio! È indispensabile fermarsi con lui a pulire la sua stanza, il bagno, aiutarlo a lavare i vestiti. Solo facendo così si rende conto che il rapporto che vogliamo creare con lui è di affetto, perché ci prendiamo cura di lui. Essere educatore non è creare progetti formativi, applicare metodi psicologici, contenere i danni. È piuttosto voler bene a chi si ha davanti; creare un rapporto di affetto e fiducia con lui, abbassarsi al suo linguaggio per spiegargli che anche lui è bello ai nostri occhi; essere un punto solido su cui ci si può appoggiare; farsi piccoli perché lui si senta più grande; essere esempio di felicità nonostante le difficoltà; mostrare grinta nella vita perché deve essere vissuta e non sopportata; avere il coraggio di sbagliare perché vale la pena tentare. Un educatore deve essere una persona vera, che vuole arrivare alla felicità sua e di chi lo circonda, uno che si mette al servizio di chi è stato meno fortunato, perché in lui si possa vedere l’ormai quasi spenta voglia di vivere. Dio si è abbassato fino a divenire creatura perché la creatura potesse gustare nuovamente la sua divinità… L’educatore deve utilizzare lo stesso meccanismo, morire a sé stesso perché l’educando possa cominciare a vivere e gustare la vita. Non ho mai provato gioia come la prima volta che Antonio ha sorriso!
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Educare… una parola molto usata di questi tempi!
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