| In silenzio, ma accanto |
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| Scritto da don Maurizio Ghilardi | |
Quando lo spazio per le parole non c’è più, è possibile comunicare attenzione, amore, cura… gratuitamente e in maniera discreta… “da minori”: come Gesù, come Francesco! Se sei maggiorenne e desideri fare questa esperienza di volontariato a Cremona, visita il sito www.caritascremonese.it e contatta don Maurizio presso la “Casa della Speranza”: 037221562
Provo a descrivere la mia esperienza di accompagnamento di persone sieropositive conclamate considerando quanto accade negli ultimi istanti di vita di una persona che muore a causa dell’AIDS: non per macabro gusto, né per pietismo, ma perché corrisponde alla quotidianità in una casa alloggio come la “Casa della Speranza” della Caritas di Cremona. A un certo stadio della malattia e dell’agonia, comunicare verbalmente non è più possibile: rimangono aperti altri linguaggi che passano solo attraverso canali sensoriali. Come cogliere i pensieri? Come interpretare i silenzi? Che senso dare agli sguardi del morente? Tutto dipende dal tipo di rapporto che si è costruito durante la permanenza dell’ospite in Casa Alloggio, Comunità, Famiglia… chiamatela come volete, perché proprio dal tipo di rapporto che si è andato via via costruendo, allora si può captare se nei suoi occhi, nelle sue mani, nel suo sudore, nel suo respiro c’è serenità, paura, bisogno di consolazione, bisogno di tenerezza, dolore, rassegnazione, rabbia, disperazione… o conversione. Non è semplice descrivere questi momenti perché passano attraverso canali spirituali, che sono senz’altro umani ma non carnali, terreni ma non materiali e che noi osiamo definire divini. Noi sappiamo che tutto il mondo si interroga sul termine della vita e, in base alle risposte che dà a se stesso, allora si comporta di conseguenza nei confronti e della morte e della vita, così come del morente; c’è però da dire che di certo il morente ci anticipa alcune risposte ed il mondo, per coglierle e capirle, deve sperimentare la vicinanza…alla morte! Ecco che giunge il momento del grande incomprensibile silenzio, dopo il quale nulla sarà più come prima, perché un altro viaggio si è concluso, l’ospite ha preso la sua direzione e con uno sguardo rivolto all’Alto e che viene dall’Alto tutti rimangono in attesa. Ma in attesa di che cosa? Dell’incontro! Un momento al quale a noi non è dato partecipare in alcun modo. Queste persone sembrano i figli di nessuno: in realtà sono fratelli di noi tutti, figli dei nostri genitori, solo che sono stati meno amati e per amarli ora bisogna farsi amare da loro, perché sono la ricchezza che Dio ci ha messo vicino per capire la vita. Ogni volta che qualcuno di essi viene a mancare noi ringraziamo Dio per avercelo donato.
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Di AIDS si parla in maniera sempre più furtiva, generando distanza tra il problema e la nostra quotidianità, sintomo di un’informazione slegata dalla realtà e frutto di un pensiero magico: “Di AIDS non si muore più!”. Ma la magia scompare immediatamente quando si scopre che nel mondo sono ben 33 milioni le persone HIV positive (90.000 in Italia, di cui solo in Lombardia 40.000).
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