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| Scritto da fra Roberto Pasolini |
| Venerdì 06 Maggio 2011 00:00 |
Venerdì - II settimana di PasquaLetture: At 5,34-42 / Sal 26 / Gv 6,1-15
La stessa sensazione deve aver attraversato la mente di Filippo, quando Gesù, vedendo «una grande folla che veniva da lui», disse: «Dove potremmo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (Gv 6,5). Non era ingenuo il Maestro, stava iniziando a mettere «alla prova» (6,6) la disponibilità dei suoi amici ad accogliere la logica folle e rivoluzionaria delle beatitudini. Filippo valuta la situazione con uno sguardo economico e prudente, pieno di buon senso: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo» (6,7). L’analisi è veloce e perfetta: non si può fare nulla davanti a un problema così grande; meglio congedare la folla e non farsi troppe illusioni. Ma la situazione si sblocca quando un «ragazzo» ha il coraggio di svuotare le tasche per condividere il poco che ha: «cinque pani d’orzo e due pesci» (6,9). Davvero poco, anzi pochissimo «per tanta gente» (6,9). Eppure al Signore questa piccola misura offerta con prontezza e generosità sembra sufficiente. Dice infatti ai discepoli di non congedare la folla, ma ordina esattamente il contrario: «Fateli sedere». E poi fa una (con)divisione che sazia tutti: «Prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanti ne volevano» (6,11). Sia la gente sia i discepoli fraintendono il segno, pensando che finalmente è giunto «il profeta, colui che viene nel mondo» (6,14). Una simile persona, in grado di risolvere i problemi fondamentali della vita, merita di essere il re davanti a cui prostrarsi. Nessuno che capisce che Gesù intendeva altro con quel segno: il poco che abbiamo può diventare nutrimento per tutti se siamo a disposti a condividerlo, senza (s)cadere in depressioni o in deliri di onnipotenza. Questa fu esattamente l’esperienza che i discepoli si trovarono a vivere dopo la Pentecoste, quando si accorsero di essere così liberi di fronte alla paura di morire da saper condividere l’annuncio «che Gesù è il Cristo» (At 5,42), restando profondamente «lieti» anche nelle persecuzioni sofferte «per il nome di Gesù» (5,41). Risorgere con Cristo significa imparare a offrire senza paura quello che abbiamo e, soprattutto, ciò che siamo. Per non correre il rischio di ritrovarci a «combattere contro Dio» (5,39) nascondendo sotto terra le cose belle che egli ha voluto affidare alla nostra sensibilità e creatività. Le cose che le nostre mani sono capaci di compiere. |


Giovani 

In questi giorni di Pasqua ascoltiamo parole di vita (cf. lunedì) attraverso le Scritture: ci può bastare il volto del Padre (martedì) per stabilire nuovi rapporti con noi stessi e con gli altri, rapporti fondati sull’amore, quella forza capace di infrangere le sbarre (mercoledì) e che possiamo vivere nello Spirito del risorto, donato a noi senza misura (giovedì). Magnifico! Ma come attuarlo nella vita di tutti i giorni? A volte le cose belle promesse dal Signore sembrano così utopiche, così incompatibili con le mille difficoltà della vita quotidiana.
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