| Mezzo pieno |
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| Scritto da Fra Roberto Pasolini |
Martedì - XVII settimana del Tempo OrdinarioLetture: Ger 14,17-22 / Sal 79 / Mt 13,36-43
Talvolta la realtà non appare in altro modo se non nella forma sconveniente e dolorosa di un mistero inaccessibile. Un bicchiere assolutamente mezzo vuoto, che fa grondare «lacrime notte e giorno, senza cessare» (14,17). Una partita che non riusciamo più a giocare, in cui «non c’è alcun bene» (14,19) ai nostri occhi. Forse questa coscienza deve aver indotto i «discepoli» del Maestro Gesù ad avvicinarsi a lui per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo» (Mt 13,43). Il presagio che la parabola contenesse una speranza insolita, troppo bella aveva probabilmente affascinato i seguaci di Cristo, lasciando in loro lo stimolo a cercare un’approfondimento, un’ulteriore spiegazione. Il Signore Gesù ribadisce i termini dell’insegnamento parabolico, illustrando i dettagli con precisione: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo» (13,37-39). Il mondo è coltivato ‘a bene’ e non ‘a male’. Gli «scandali e le «iniquità» (13,41) sono frutto di un’azione di disturbo del diavolo. Nonostante il bene e il male, prima della «fine del mondo», possano convivere nel medesimo terreno, molto diverso sarà il loro destino: «Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti» (13, 41-42). Sì, i discepoli avevano proprio capito bene! Il male è privo di futuro, non può durare in eterno, poiché non viene da Dio. Solo l’amore resta e non va perduto mai. La parabola della zizzania vuole alimentare la pazienza e l’ottimismo che il nostro cuore conosce a causa del vangelo. Di fronte alle grandi opere che il Signore ha compiuto per noi, fino a proclamare la nostra vita più importante persino della sua sulla croce, a noi non resta che esclamare sempre: «In te noi speriamo, perché tu hai fatto tutto questo» (Ger 14,22). Vedere il bicchiere della realtà mezzo pieno non è roba da visionari o da sempliciotti. È semmai lo sguardo dei lottatori miti, dei discepoli di un Dio potente nella compassione, che pone la «fine del mondo» in ciò che fin d’ora possiamo umilmente fare: rigettare il male e compiere il bene. Nell’attesa serena di quel giorno in cui gli uomini e le donne, finalmente giusti, «splenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt 13,43). |

Giovani 

Il cielo era sigillato in quei tempi, il «terreno screpolato»; non cadeva più «pioggia nel paese» (Ger 14,4) di Israele. Un’interminabile «siccità» (14,1) aveva messo a dura prova il popolo, provocando una «ferita mortale» (14,17), un tempo di «terrore» (14,19). Erano crollati i punti di riferimento, le sicurezze un vago ricordo: «Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per la regione senza comprendere» (14,18). Restavano solo le domande dell’angoscia e della disperazione: «Hai forse rigettato completamente Giuda, oppure ti sei disgustato di Sion? Perché ci hai colpiti, senza più rimedio per noi?» (14,19).
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