Ritornare
III Domenica di Pasqua – Anno A
Letture: At 2,42-47 / Sal 117 / 1Pt 1,3-9 / Gv 20,19-31
Siamo pellegrini in questo mondo, viviamo «quaggiù come stranieri» (1Pt 1,17) scrive san Pietro, ai primi cristiani. Se ci dimentichiamo che la destinazione del viaggio è il «Padre colui che, senza fare preferenza, giudica ciascuno» (1,17) tutto diventa enormemente difficile e insostenibile. Felicità e salute, solo a intermittenza, alloggiano dalle nostre parti. Come pellegrini stanchi e scoraggiati, camminiamo spesso in sentieri di morte, come quei due discepoli senza nome che il giorno di Pasqua se ne andavano «col volto triste» (Lc 24,17) e il cuore pieno di delusione. Proprio nel bel mezzo di quei passi incontrano il Risorto, e scoprono che la Pasqua è una forza che permette di cambiare il senso di marcia, che converte ogni fuga in ritorno, ogni paura in coraggio.

In questi giorni di Pasqua ascoltiamo parole di vita (cf. lunedì) attraverso le Scritture: ci può bastare il volto del Padre (martedì) per stabilire nuovi rapporti con noi stessi e con gli altri, rapporti fondati sull’amore, quella forza capace di infrangere le sbarre (mercoledì) e che possiamo vivere nello Spirito del risorto, donato a noi senza misura (giovedì). Magnifico! Ma come attuarlo nella vita di tutti i giorni? A volte le cose belle promesse dal Signore sembrano così utopiche, così incompatibili con le mille difficoltà della vita quotidiana.
Gli apostoli dovettero affrontare numerosi ostacoli per rendere testimonianza alla risurrezione di Gesù, tra cui l’arresto e la reclusione: «Il sommo sacerdote con quelli della sua parte, fatti arrestare gli apostoli, li fecero gettare nella prigione pubblica» (At 5,17-18). Mentre essi cercavano di annunciare una parola di vita e di libertà ricevevano in cambio una dura persecuzione. Gli apostoli cominciavano a rivivere lo stesso cammino fatto di resistenza e di persecuzione già percorso dal Maestro. Con il non trascurabile vantaggio però di vivere all’indomani della sua Pasqua, sostenuti e guidati dallo Spirito Santo effuso nei loro cuori il giorno di Pentecoste. Accompagnati da questa invisibile guida, che ardeva nei loro cuori come luce e fiamma, gli apostoli furono spettatori di avvenimenti straordinari, momenti di autentica liberazione dai pericoli e dalle barriere che si ponevano sulla loro strada. Così accadde durante la notte dopo la prima incarcerazione a causa di Gesù: «Un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori e disse: “Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita”» (5,19-20). Fu davvero un misterioso miracolo! Quando le guardie andarono a verificare la loro presenza trovarono «la prigione scrupolosamente sbarrata» (5,23) e si «domandavano perplessi a loro riguardo che cosa fosse successo» (5,24). Nel frattempo gli apostoli erano nel tempio, liberi di annunciare a tutti la gioia del del Signore risorto: «Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire» (Salmo responsoriale).
Nei giorni della Quaresima ci siamo ritirati nel deserto insieme al Maestro Gesù, per guardare in faccia le tentazioni che ci abitano, per fare il punto sulla nostra vita. Abbiamo provato a pregare con più fedeltà, ad ascoltare con più distacco impulsi e desideri, a essere maggiormente generosi con chi ci sta accanto. Poi, nella settimana Santa, ci siamo immersi mistero dell’amore di Dio, ricordando «l’inestimabile ricchezza del battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti» (Colletta). Siamo giunti così alla festa di Pasqua, il grande giorno fatto dal Signore, la cui gioia ora bussa alla nostra porta per entrare e cambiare ancora una volta la direzione della nostra vita.
Prima di entrare nel santo triduo pasquale, le Scritture ci immergono nella coscienza con cui Gesù decide di affrontare la sua Passione, per rivelarci il volto del Dio benedetto, l’amore infinito del Padre. Laddove noi immaginiamo che la capacità di andare incontro a un tragico destino derivi da una forza divina presente nella persona di Gesù, la parola profetica rivela che solo a partire da una profondo contatto con la debolezza può nascere la possibilità di non tirarsi indietro nell’ora della testimonianza. Questa debolezza è l’atteggiamento di Gesù, il Maestro che ha fatto diventare l’ascolto dell’altro il respiro della sua intera esistenza. Il Signore arriva a consumare la sua Passione per noi perché si è fatto uditore e discepolo della nostra umanità perduta: «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro» (Is 50,5). «Ogni mattina», ogni ora, ogni giorno della sua esistenza terrena, Gesù ha fatto «attento» il suo orecchio a noi, fino ad accogliere, senza condizioni e senza limiti, tutto ciò che in noi profuma di vita o puzza di morte, «sapendo di non restare confuso» (50,7).